Sabato 18 aprile e sabato 16 maggio si sono svolti due appuntamenti del progetto Durante noi per il dopo di noi presso la fattoria socio-didattica La Collina degli Asinelli, nel Parco Regionale dei Castelli Romani, realizzati in collaborazione con A.P.P.H.A. APS.

Le due giornate hanno coinvolto persone con disabilità, famiglie e operatori in attività legate alla cura dell’orto e alla conoscenza dell’ambiente naturale, utilizzando il lavoro agricolo come esperienza pratica di autonomia, relazione e partecipazione.

La semina, la manutenzione delle coltivazioni e la raccolta diventano occasioni per sviluppare coordinazione manuale, capacità percettive e attenzione ai tempi della crescita. Lavorare con le piante richiede continuità, osservazione e collaborazione, mettendo le persone nella condizione di seguire processi concreti e riconoscibili.

L’orto, in questo contesto, assume anche un valore educativo e relazionale: uno spazio condiviso dove le attività quotidiane favoriscono consapevolezza, responsabilità e fiducia nelle proprie capacità attraverso esperienze dirette e partecipate.

Erbe spontanee, biodiversità e tradizione

Un momento particolare del percorso è dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee, con il supporto di naturalisti esperti. Non si tratta solo di botanica applicata: è un modo per recuperare un sapere contadino che la modernità ha marginalizzato, e per restituire valore alla biodiversità locale come patrimonio condiviso, non come dato tecnico.

Dalla terra alla tavola condivisa

Il percorso culmina nel laboratorio di cucina accessibile presso la Casa del Parco.

I partecipanti trasformano in pasti ciò che hanno raccolto — dalle verdure dell’orto, alle uova del pollaio — applicando tecniche di scaffolding che sostengono l’acquisizione progressiva di competenze pratiche. Il risultato non è solo un pasto: è un atto di autonomia compiuto, riconoscibile, condiviso.

Inclusione sociale

Quello che il progetto costruisce, giorno dopo giorno, non è solo un insieme di abilità individuali. È una cultura del fare condiviso, in cui la diversità non viene gestita ma valorizzata — come risorsa, come punto di vista, come presenza necessaria. L’inclusione, qui, non è dichiarata: è praticata.

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